Il figlio più giovane del mugnaio eredita soltanto un gatto, e quel gatto chiede soltanto un sacco e un paio di stivali. La fiaba furba e spiritosa di Charles Perrault, tradotta dall'originale francese del 1697.
Charles Perrault · 10 min · letta da Alessandra
Il gatto con gli stivali: il testo della favola
Charles Perrault (1697). Tradotto dall'originale francese «Le Chat botté».
Un mugnaio lasciò in eredità ai suoi tre figli nient'altro che il suo mulino, il suo asino e il suo gatto. La spartizione fu fatta in un attimo: non chiamarono né il notaio né l'avvocato. Quelli si sarebbero mangiati in quattro e quattr'otto tutta la povera eredità. Il maggiore ebbe il mulino, il secondo ebbe l'asino, e il più giovane ebbe soltanto il gatto.
Quest'ultimo non sapeva darsi pace di aver avuto una parte così misera: «I miei fratelli», diceva, «potranno guadagnarsi da vivere onestamente mettendosi insieme; ma io, quando mi sarò mangiato il gatto e mi sarò fatto un manicotto con la sua pelliccia, dovrò morire di fame.»
Il gatto, che sentiva quei discorsi ma faceva finta di niente, gli disse con aria calma e seria: «Non vi affliggete, padrone mio, dovete soltanto darmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare tra i cespugli, e vedrete che non vi è andata poi così male come credete.»
Il padrone del gatto non ci contava molto, ma gli aveva visto fare tanti giochi di destrezza per acchiappare ratti e topi, come quando si appendeva per le zampe o si nascondeva nella farina per fare il morto, che non perse la speranza di ricevere da lui un aiuto nella sua miseria.
Quando il gatto ebbe quello che aveva chiesto, si infilò fieramente gli stivali, si mise il sacco al collo, ne prese i cordoncini con le due zampe davanti e se ne andò in un bosco dove c'erano tantissimi conigli selvatici. Mise nel sacco della crusca e dell'erba tenera, e sdraiandosi come se fosse morto, aspettò che qualche giovane coniglio, che ancora non conosceva le astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel sacco per mangiare quello che c'era dentro.
Si era appena sdraiato che fu subito accontentato: un coniglietto sbadato entrò nel sacco, e mastro gatto, tirando subito i cordoncini, lo prese e lo uccise senza pietà.
Tutto fiero della sua preda, andò dal re e chiese di parlargli. Lo fecero salire negli appartamenti di Sua Maestà, dove, appena entrato, fece un grande inchino al re e gli disse: «Ecco, Maestà, un coniglio selvatico che il signor marchese di Carabà mi ha incaricato di offrirvi da parte sua.» Era il nome che gli era venuto in mente di dare al suo padrone. «Di' al tuo padrone», rispose il re, «che lo ringrazio e che mi fa molto piacere.»
Un'altra volta andò a nascondersi in un campo di grano, sempre tenendo il sacco aperto; e quando ci furono entrate due pernici, tirò i cordoncini e le prese tutte e due. Poi andò a offrirle al re, come aveva fatto con il coniglio selvatico. Il re accettò con piacere anche le due pernici, e gli fece dare una mancia.
Il gatto continuò così per due o tre mesi a portare di tanto in tanto al re la selvaggina cacciata dal suo padrone. Un giorno, quando seppe che il re doveva andare a passeggio lungo la riva del fiume con sua figlia, la principessa più bella del mondo, disse al suo padrone: «Se volete seguire il mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: dovete soltanto fare il bagno nel fiume, nel punto che vi mostrerò, e poi lasciar fare a me.»
Il marchese di Carabà fece quello che il gatto gli consigliava, senza sapere a che cosa sarebbe servito. Mentre faceva il bagno, passò di lì il re, e il gatto si mise a gridare con tutte le sue forze: «Aiuto, aiuto! Il signor marchese di Carabà sta annegando!» A quel grido il re sporse la testa dallo sportello della carrozza, e riconoscendo il gatto che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle sue guardie di correre subito in aiuto del signor marchese di Carabà.
Mentre tiravano fuori dal fiume il povero marchese, il gatto si avvicinò alla carrozza e disse al re che, mentre il suo padrone faceva il bagno, erano arrivati dei ladri che gli avevano portato via i vestiti, anche se lui aveva gridato al ladro con tutte le sue forze; e invece era stato proprio quel furbacchione a nasconderli sotto una grossa pietra.
Il re ordinò subito agli uomini del suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il signor marchese di Carabà. Il re gli fece mille cortesie, e siccome i bei vestiti che gli avevano appena dato mettevano in risalto il suo bell'aspetto, perché era un giovane bello e di bella presenza, la figlia del re lo trovò molto di suo gusto, e bastò che il marchese di Carabà le lanciasse due o tre sguardi molto rispettosi e un po' teneri perché lei se ne innamorasse perdutamente. Il re volle che salisse nella sua carrozza e facesse la passeggiata con loro.
Il gatto, felice di vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e quando incontrò dei contadini che falciavano un prato, disse loro: «Brava gente che falciate, se non dite al re che il prato che state falciando appartiene al signor marchese di Carabà, ve ne pentirete tutti.»
Il gatto, felice di vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e quando incontrò dei contadini che falciavano un prato, disse loro: «Brava gente che falciate, se non dite al re che il prato che state falciando appartiene al signor marchese di Carabà, sarete tutti tritati fini fini come carne per le polpette.»
Il re non mancò di chiedere ai falciatori di chi fosse quel prato che stavano falciando. «È del signor marchese di Carabà», dissero tutti insieme, perché la minaccia del gatto li aveva spaventati.
«Avete proprio una bella proprietà», disse il re al marchese di Carabà. «Come vedete, Maestà», rispose il marchese, «è un prato che ogni anno dà un raccolto abbondante.»
Mastro gatto, che andava sempre avanti, incontrò dei mietitori e disse loro: «Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, ve ne pentirete tutti.» Il re, che passò di lì poco dopo, volle sapere di chi fosse tutto il grano che vedeva. «È del signor marchese di Carabà», risposero i mietitori, e il re se ne rallegrò ancora con il marchese. Il gatto, che correva davanti alla carrozza, diceva sempre la stessa cosa a tutti quelli che incontrava; e il re era stupito delle grandi ricchezze del signor marchese di Carabà.
Mastro gatto, che andava sempre avanti, incontrò dei mietitori e disse loro: «Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete tutti tritati fini fini come carne per le polpette.» Il re, che passò di lì poco dopo, volle sapere di chi fosse tutto il grano che vedeva. «È del signor marchese di Carabà», risposero i mietitori, e il re se ne rallegrò ancora con il marchese. Il gatto, che correva davanti alla carrozza, diceva sempre la stessa cosa a tutti quelli che incontrava; e il re era stupito delle grandi ricchezze del signor marchese di Carabà.
Mastro gatto arrivò infine a un bel castello che apparteneva a un orco, il più ricco che si fosse mai visto, perché tutte le terre per cui era passato il re erano proprietà di quel castello. Il gatto, che aveva avuto cura di informarsi su chi fosse quell'orco e su che cosa sapesse fare, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l'onore di porgergli i suoi omaggi. L'orco lo accolse con tutta la gentilezza di cui è capace un orco, e lo fece riposare.
«Mi hanno assicurato», disse il gatto, «che avete il dono di trasformarvi in ogni sorta di animali, che potete, per esempio, trasformarvi in un leone, in un elefante.» «È vero», rispose l'orco bruscamente, «e per dimostrarvelo, adesso mi vedrete diventare un leone.» Il gatto si spaventò così tanto nel vedersi davanti un leone che si arrampicò subito fino alle grondaie, non senza fatica e pericolo, a causa dei suoi stivali che non erano per niente adatti a camminare sulle tegole.
Qualche tempo dopo, il gatto, vedendo che l'orco aveva ripreso il suo aspetto di prima, scese e confessò di aver avuto molta paura. «Mi hanno assicurato anche», disse il gatto, «ma io non riesco a crederci, che avete perfino il potere di prendere la forma degli animali più piccoli, per esempio di trasformarvi in un ratto, in un topolino; vi confesso che mi sembra una cosa del tutto impossibile.» «Impossibile?» riprese l'orco. «Adesso vedrete.» E in quello stesso momento si trasformò in un topolino, che si mise a correre sul pavimento. Il gatto lo vide, e in un lampo gli saltò addosso e se lo mangiò.
Intanto il re, che passando aveva visto il bel castello dell'orco, volle entrarci. Il gatto, che sentì il rumore della carrozza sul ponte levatoio, gli corse incontro e disse al re: «Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del signor marchese di Carabà!» «Come, signor marchese», esclamò il re, «anche questo castello è vostro! Non c'è niente di più bello di questo cortile e di tutti questi edifici che lo circondano; vediamo com'è dentro, per favore.»
Il marchese diede la mano alla giovane principessa, e seguendo il re che saliva per primo, entrarono in una grande sala dove trovarono un magnifico rinfresco che l'orco aveva fatto preparare per i suoi amici: dovevano venire a trovarlo proprio quel giorno, ma non avevano osato entrare, perché sapevano che c'era il re. Il re era incantato dalle belle qualità del signor marchese di Carabà, proprio come sua figlia, che ne era pazza; e vedendo le grandi ricchezze che possedeva, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri, gli disse: «Dipende soltanto da voi, signor marchese, diventare mio genero.» Il marchese, facendo grandi inchini, accettò l'onore che il re gli faceva; e quello stesso giorno sposò la principessa. Il gatto diventò un gran signore, e da allora corse dietro ai topi soltanto per divertimento.





