Una ranocchietta verde siede sulla riva di uno stagno e parla con la regina La tredicesima fata, offesa, entra nel salone addobbato per la festa Nella stanzetta della torre la figlia del re guarda curiosa una vecchia che fila Nella cucina del castello dormono il cuoco, il garzone, un gatto e i colombi alla finestra Il principe attraversa la siepe di spine, che fiorisce e si apre davanti a lui Rosaspina e il principe scendono le scale, e tutta la corte si risveglia e fa festa

La bella addormentata nel bosco

La rana porta la notizia · letta da Alessandra
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A una grande festa manca un piatto d'oro, e la tredicesima fata lancia un incantesimo che fa addormentare tutto il castello per cento anni. La dolce fiaba dei fratelli Grimm della siepe di spine e dei fiori che si aprono al momento giusto, tradotta dall'originale tedesco.

Fratelli Grimm · 9 min · letta da Alessandra

La bella addormentata nel bosco: il testo della favola

Fratelli Grimm (1857). Tradotto dall'originale tedesco «Dornröschen».

Tanto tempo fa c'erano un re e una regina che ogni giorno dicevano: «Ah, se solo avessimo un bambino!» Ma il bambino non arrivava mai. Ora, un giorno che la regina faceva il bagno, accadde che una rana uscì dall'acqua, strisciò sulla riva e le disse: «Il tuo desiderio sarà esaudito: prima che passi un anno, metterai al mondo una figlia.» Quello che la rana aveva detto si avverò, e la regina diede alla luce una bambina così bella che il re non stava più in sé dalla gioia e preparò una grande festa.

Non invitò soltanto i parenti, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché fossero buone e generose con la bambina. Nel suo regno ce n'erano tredici, ma siccome lui aveva soltanto dodici piatti d'oro in cui potessero mangiare, una di loro dovette restare a casa. La festa fu celebrata con grande splendore, e quando fu finita, le fate fecero alla bambina i loro doni meravigliosi: una le donò la bontà, un'altra la bellezza, la terza la ricchezza, e così via, tutto quello che si può desiderare al mondo.

Undici fate avevano appena fatto i loro doni, quando all'improvviso entrò la tredicesima. Voleva vendicarsi perché non era stata invitata, e senza salutare nessuno e senza nemmeno guardare nessuno, gridò a gran voce: «Nel suo quindicesimo anno la figlia del re si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta.» E senza dire un'altra parola si voltò e lasciò la sala. Tutti erano spaventati. Allora si fece avanti la dodicesima, che non aveva ancora fatto il suo dono. E siccome non poteva cancellare il brutto incantesimo, ma soltanto addolcirlo, disse: «Non sarà la morte, ma un sonno profondo di cento anni, in cui cadrà la figlia del re.»

Il re, che voleva proteggere la sua cara bambina da quella disgrazia, ordinò che tutti i fusi del regno venissero bruciati. E nella fanciulla si avverarono tutti i doni delle fate, perché era così bella, modesta, gentile e assennata che chiunque la guardasse non poteva fare a meno di volerle bene.

Ora accadde che, proprio il giorno in cui compiva quindici anni, il re e la regina non erano a casa, e la fanciulla rimase tutta sola nel castello. Allora se ne andò in giro dappertutto, a curiosare nelle sale e nelle stanze come le piaceva, e alla fine arrivò anche a una vecchia torre. Salì la stretta scala a chiocciola e arrivò a una porticina. Nella serratura c'era una chiave arrugginita, e quando lei la girò, la porta si spalancò. Là, in una stanzetta, sedeva una vecchia con un fuso e filava di buona lena il suo lino.

«Buongiorno, nonnina», disse la figlia del re, «che cosa fai?» «Filo», disse la vecchia, e fece sì con la testa. «E che cos'è quella cosa che saltella così allegra?» chiese la fanciulla, e prese il fuso perché voleva filare anche lei. Ma appena ebbe toccato il fuso, l'incantesimo si avverò, e lei si punse il dito.

E nello stesso istante in cui sentì la puntura, cadde sul letto che c'era lì e si addormentò di un sonno profondo. E quel sonno si sparse per tutto il castello. Il re e la regina, che erano appena tornati ed erano entrati nel salone, cominciarono ad addormentarsi, e con loro tutta la corte. Allora si addormentarono anche i cavalli nella stalla, i cani nel cortile, i colombi sul tetto, le mosche sul muro. Perfino il fuoco che guizzava nel focolare si fece quieto e si addormentò, e l'arrosto smise di sfrigolare, e il cuoco, che voleva tirare i capelli al garzone di cucina perché aveva combinato un guaio, lo lasciò andare e si addormentò. E il vento si calmò, e sugli alberi davanti al castello non si mosse più nemmeno una fogliolina.

Tutto intorno al castello, invece, cominciò a crescere una siepe di spine, che ogni anno diventava più alta. Alla fine circondò tutto il castello e crebbe ancora più su, tanto che del castello non si vedeva più niente, nemmeno la bandiera sul tetto. Nel paese però si raccontava la storia della bella Rosaspina addormentata, perché così veniva chiamata la figlia del re. E così, di tanto in tanto, arrivavano dei principi che volevano attraversare la siepe ed entrare nel castello. Ma non ci riuscivano, perché le spine si tenevano strette strette, come se avessero le mani, e i giovani ci restavano impigliati, non riuscivano più a liberarsi e morivano di una morte terribile.

Dopo tanti e tanti anni, arrivò di nuovo un principe in quel paese, e sentì un vecchio che raccontava della siepe di spine. Là dietro, diceva, c'era un castello dove una principessa bellissima, chiamata Rosaspina, dormiva già da cento anni, e con lei dormivano il re e la regina e tutta la corte. Sapeva anche dal nonno che molti principi erano già venuti e avevano cercato di attraversare la siepe di spine, ma ci erano rimasti impigliati ed erano morti di una triste morte. Allora il giovane disse: «Io non ho paura. Voglio andare a vedere la bella Rosaspina.» Per quanto il buon vecchio cercasse di convincerlo a non andare, il giovane non diede ascolto alle sue parole.

Ora, proprio in quei giorni i cento anni erano passati, ed era arrivato il giorno in cui Rosaspina doveva risvegliarsi. Quando il principe si avvicinò alla siepe di spine, trovò soltanto tanti fiori grandi e belli, che si scostarono da soli e lo lasciarono passare senza fargli nemmeno un graffio, e dietro di lui si richiusero e tornarono a essere una siepe. Nel cortile del castello vide i cavalli e i cani da caccia pezzati sdraiati a dormire, e sul tetto stavano i colombi, con la testolina nascosta sotto l'ala. E quando entrò nel castello, le mosche dormivano sul muro, il cuoco in cucina teneva ancora la mano alzata, come se volesse acchiappare il garzone, e la serva sedeva davanti alla gallina nera che doveva spennare.

Allora andò avanti, e vide nel salone tutta la corte sdraiata a dormire, e in alto, accanto al trono, erano sdraiati il re e la regina. Andò ancora più avanti, e tutto era così silenzioso che si sentiva il proprio respiro. Alla fine arrivò alla torre e aprì la porta della stanzetta in cui dormiva Rosaspina. Lei era lì sdraiata, ed era così bella che lui non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, e si chinò e le diede un bacio. Appena l'ebbe sfiorata con il bacio, Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e lo guardò con tanta dolcezza.

Allora scesero insieme, e si svegliarono il re e la regina e tutta la corte, e si guardarono l'un l'altro con gli occhi spalancati. E i cavalli nel cortile si alzarono e si scrollarono, i cani da caccia saltarono e scodinzolarono, i colombi sul tetto tirarono fuori la testolina da sotto l'ala, si guardarono intorno e volarono via nei campi. Le mosche sui muri ripresero a camminare, il fuoco in cucina si ravvivò, guizzò e cosse il pranzo, l'arrosto ricominciò a sfrigolare, il cuoco diede al garzone uno schiaffo che lo fece strillare, e la serva finì di spennare la gallina. E allora furono celebrate con grande sfarzo le nozze del principe con Rosaspina, e vissero felici e contenti fino alla fine dei loro giorni.

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