Una donna si china meravigliata su un tulipano aperto, dove siede una bambina piccola piccola Una grossa mamma rospa e suo figlio guardano Pollicina che dorme in un guscio di noce sulla riva del fiume Pollicina scende lungo il fiume su una foglia di ninfea trainata da una farfalla bianca La buona vecchia topolina di campagna fa entrare Pollicina nella sua casa calda, sotto le stoppie innevate Nella galleria buia Pollicina copre la rondine con una coperta di fieno, con un pezzetto di legno luminoso in mano Un piccolo principe trasparente con la corona d'oro accoglie Pollicina in un grande fiore bianco

Pollicina

La bambina nel tulipano · letta da Alessandra
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Da un chicco d'orzo incantato spunta un tulipano, e in mezzo al fiore siede una bambina non più grande di un pollice. La tenera fiaba di Andersen su una piccolissima eroina e il suo lungo viaggio nel vasto mondo, tradotta dall'originale danese.

Hans Christian Andersen · 28 min · letta da Alessandra

Pollicina: il testo della favola

Hans Christian Andersen (1835). Tradotto dall'originale danese «Tommelise».

C'era una volta una donna che desiderava tanto un bambino piccolo piccolo, ma non sapeva proprio dove trovarlo. Così andò da una vecchia strega e le disse: «Vorrei tanto, con tutto il cuore, un bambino piccolo. Non mi diresti dove posso trovarne uno?» «Oh, a questo rimedieremo!» disse la strega. «Eccoti un chicco d'orzo. Non è affatto come quelli che crescono nel campo del contadino o che mangiano le galline. Mettilo in un vaso da fiori, e vedrai che cosa succede!»

«Grazie mille!» disse la donna, e diede alla strega dodici soldi. Poi tornò a casa e piantò il chicco d'orzo, e subito spuntò un fiore grande e bellissimo. Sembrava proprio un tulipano, ma i petali stavano ben chiusi, come se fosse ancora in boccio. «Che fiore incantevole!» disse la donna, e baciò i bei petali rossi e gialli. Ma proprio mentre li baciava, il fiore fece un gran botto e si aprì. Adesso si vedeva che era un vero tulipano, e in mezzo al fiore, sul cuscinetto verde, sedeva una bambina piccola piccola, così delicata e graziosa. Non era più lunga di un pollice, e per questo la chiamarono Pollicina.

Come culla ebbe un guscio di noce lucido di vernice, i petali azzurri delle violette erano il suo materasso e un petalo di rosa la sua coperta. Lì dormiva di notte, ma di giorno giocava sul tavolo. La donna ci aveva messo un piatto pieno d'acqua e l'aveva circondato con una ghirlanda di fiori, che immergevano i gambi nell'acqua. Sull'acqua galleggiava un grande petalo di tulipano, e su quello Pollicina poteva sedersi e navigare da una parte all'altra del piatto. Per remare aveva due crini bianchi di cavallo. Era proprio bellissimo da vedere. Sapeva anche cantare, oh, con una voce così fine e graziosa che lì non se n'era mai sentita una uguale.

Una notte, mentre era sdraiata nel suo bel lettino, dalla finestra entrò saltellando una brutta rospa, perché un vetro era rotto. La rospa era tanto brutta, grossa e bagnata, e saltò proprio sul tavolo, dove Pollicina dormiva sotto il petalo di rosa rosso. «Questa sì che sarebbe una bella moglie per mio figlio!» disse la rospa. Poi afferrò il guscio di noce dove dormiva Pollicina e se ne andò saltellando con lei attraverso il vetro rotto, giù in giardino.

Lì scorreva un fiume grande e largo, ma proprio vicino alla riva il terreno era paludoso e fangoso, e lì abitava la rospa con suo figlio. Uh, anche lui era brutto e antipatico, tutto sua madre! «Cra, cra, brekekekex!» fu tutto quello che riuscì a dire quando vide la graziosa bambina nel guscio di noce. «Non parlare così forte, se no si sveglia!» disse la vecchia rospa. «Potrebbe ancora scapparci, perché è leggera come una piuma di cigno. La metteremo in mezzo al fiume, su una di quelle larghe foglie di ninfea. Per lei, così leggera e piccola, sarà come un'isola, e da lì non potrà scappare, mentre noi prepariamo la stanza più bella giù sotto il fango, dove voi due abiterete e metterete su casa.»

Nel fiume crescevano tante ninfee, con le loro larghe foglie verdi che sembrano galleggiare sull'acqua. La foglia più lontana dalla riva era anche la più grande di tutte. Fin lì nuotò la vecchia rospa, e ci posò sopra il guscio di noce con Pollicina. La povera piccina si svegliò di buon mattino. Quando vide dov'era, cominciò a piangere amaramente, perché tutto intorno alla grande foglia verde c'era acqua, e non poteva proprio arrivare a terra.

La vecchia rospa stava giù nel fango e addobbava la sua stanza con giunchi e fiori gialli di ninfea, perché tutto doveva essere bello e in ordine per la nuova nuora. Poi nuotò con il suo brutto figlio fino alla foglia dove stava Pollicina. Volevano prendere il suo bel lettino, per metterlo nella camera degli sposi prima che arrivasse la sposa. La vecchia rospa le fece un profondo inchino nell'acqua e disse: «Ecco mio figlio, sarà tuo marito. Vivrete tanto bene giù nel fango!» «Cra, cra, brekekekex!» fu tutto quello che seppe dire il figlio.

Presero il grazioso lettino e se ne andarono a nuoto. Pollicina invece restò tutta sola sulla foglia verde, e piangeva, perché non voleva vivere con quella rospa antipatica né avere per marito il suo brutto figlio. I pesciolini che nuotavano giù nell'acqua avevano certamente visto la rospa e sentito quello che aveva detto, e per questo tirarono fuori la testa, perché volevano vedere la bambina. Appena la videro, la trovarono tanto graziosa, e gli dispiacque moltissimo che dovesse andare giù dalla brutta rospa. No, questo non doveva succedere mai! Si radunarono giù nell'acqua intorno al gambo verde che reggeva la foglia dove lei stava, e con i dentini rosicchiarono il gambo. E la foglia scivolò giù per il fiume, con Pollicina, lontano lontano, dove la rospa non poteva arrivare.

Pollicina passò davanti a tanti paesi, e gli uccellini sui cespugli la vedevano e cantavano: «Che graziosa signorina!» La foglia che la portava andava sempre più lontano, e così Pollicina partì per paesi stranieri. Una graziosa farfallina bianca continuava a volarle intorno e alla fine si posò sulla foglia, perché Pollicina le piaceva tanto. E anche lei era tutta contenta, perché adesso la rospa non poteva più raggiungerla, e dove navigava era tutto così bello. Il sole splendeva sull'acqua, che brillava come l'oro più bello. Allora Pollicina prese la sua cintura, ne legò un capo alla farfalla e fissò l'altro capo alla foglia. Così la foglia scivolava via molto più veloce, e lei con la foglia, perché ci stava sopra.

Proprio in quel momento arrivò in volo un grosso maggiolino. La vide, in un attimo le strinse le zampe intorno alla vita sottile e volò con lei su un albero. La foglia verde invece continuò a scendere per il fiume, e la farfalla dovette volare con lei, perché era legata alla foglia e non riusciva a liberarsi. Oh, come si spaventò la povera Pollicina, quando il maggiolino volò con lei sull'albero! Ma più di tutto era triste per la bella farfalla bianca che aveva legato alla foglia. Se non fosse riuscita a liberarsi, sarebbe morta di fame. Ma al maggiolino questo non importava proprio niente.

Si posò con lei sulla foglia verde più grande dell'albero, le diede da mangiare il dolce nettare dei fiori e le disse che era molto graziosa, anche se non somigliava per niente a un maggiolino. Più tardi vennero a farle visita tutti gli altri maggiolini che abitavano sull'albero. Guardavano Pollicina, e le signorine maggioline arricciavano le antenne e dicevano: «Ma ha soltanto due gambe, che aspetto misero!» «Non ha nemmeno le antenne!» disse un'altra. «È così sottile in vita, che orrore! Sembra proprio una persona! Com'è brutta!» dissero tutte le signore maggioline.

Eppure Pollicina era tanto graziosa. Lo pensava anche il maggiolino che l'aveva presa, ma siccome tutti gli altri dicevano che era brutta, alla fine ci credette anche lui e non la volle più. Poteva andare dove voleva. Volarono giù dall'albero con lei e la misero su una margherita. Lì Pollicina pianse, perché era così brutta che neanche i maggiolini la volevano. Eppure era la bambina più bella che si potesse immaginare, delicata e luminosa come il più bel petalo di rosa.

Per tutta l'estate la povera Pollicina visse tutta sola nel grande bosco. Si intrecciò un letto con fili d'erba e lo appese sotto una grande foglia di bardana, così la pioggia non la bagnava. Raccoglieva il nettare dei fiori e lo mangiava, e beveva la rugiada che ogni mattina c'era sulle foglie. Così passarono l'estate e l'autunno. Ma poi arrivò l'inverno, il lungo, freddo inverno. Tutti gli uccelli che avevano cantato così bene per lei volarono via, gli alberi e i fiori appassirono, e la grande foglia di bardana sotto cui aveva abitato si accartocciò e diventò soltanto un gambo giallo e secco.

Pollicina aveva un freddo terribile, perché i suoi vestitini erano tutti strappati e lei era così delicata e piccina, povera Pollicina. Stava per morire di freddo. Cominciò a nevicare, e ogni fiocco di neve che le cadeva addosso era come se a noi ne buttassero addosso un'intera palata, perché noi siamo grandi e lei era lunga soltanto un pollice. Allora si avvolse in una foglia secca, ma quella non la scaldava affatto, e lei tremava dal freddo.

Proprio al limitare del bosco dove era arrivata c'era un grande campo di grano, ma il grano era stato mietuto da tempo, e dalla terra gelata spuntavano soltanto le stoppie nude e secche. Per lei erano come un intero bosco da attraversare, e oh, come tremava dal freddo! Così arrivò alla porta della topolina di campagna, che era un buchino sotto le stoppie. Lì la topolina di campagna abitava al calduccio e all'asciutto, aveva tutta la stanza piena di grano, una bella cucina e una dispensa. La povera Pollicina si fermò appena dentro la porta, come una povera mendicante, e chiese un pezzetto di chicco d'orzo, perché da due giorni non mangiava niente.

«Povera piccina!» disse la topolina di campagna, che in fondo era una buona vecchia topolina. «Entra pure nella mia stanza calda e mangia con me!» E siccome Pollicina le piaceva, disse: «Puoi restare con me per l'inverno, ma dovrai tenermi la stanza bella pulita e raccontarmi delle storie, perché mi piacciono tanto.» E Pollicina faceva quello che la buona vecchia topolina le chiedeva, e stava proprio bene.

«Presto avremo una visita!» disse la topolina di campagna. «Il mio vicino viene a trovarmi una volta alla settimana. Lui sta ancora più comodo di me, ha grandi saloni e porta una pelliccia di velluto nero così bella! Se solo tu riuscissi a sposarlo, saresti sistemata per sempre. Però non ci vede. Dovrai raccontargli le storie più belle che conosci!»

Ma a Pollicina questo non importava, lei il vicino non lo voleva proprio, perché era una talpa. Il vicino venne a far visita con la sua pelliccia di velluto nero. Era tanto ricco e tanto sapiente, diceva la topolina. La sua casa era davvero più di venti volte più grande di quella della topolina, e di cose ne sapeva tante, ma il sole e i bei fiori non gli piacevano per niente. Ne parlava male, perché non li aveva mai visti. Pollicina dovette cantare, e cantò sia «Vola, vola, maggiolino» sia «Il fraticello va per i prati». Allora la talpa si innamorò di lei per la sua bella voce, ma non disse niente, perché era un signore molto posato.

Da poco il vicino si era scavato sotto terra una lunga galleria dalla sua casa alla loro, e lì la topolina e Pollicina potevano passeggiare quando volevano. Però le pregò di non spaventarsi per l'uccello morto che giaceva nella galleria. Era un uccello intero, con le piume e il becco, che doveva essere morto da poco, all'inizio dell'inverno, ed era stato sepolto proprio lì dove lui aveva scavato la sua galleria.

La talpa prese in bocca un pezzetto di legno marcio, che al buio brilla come il fuoco, e andò avanti a far luce nella lunga galleria buia. Quando arrivarono dove giaceva l'uccello morto, la talpa puntò il suo largo naso contro il soffitto e spinse su la terra, così che si aprì un grande buco da cui poteva entrare la luce. In mezzo al pavimento giaceva una rondine morta, con le belle ali strette lungo i fianchi e le zampe e la testa nascoste sotto le piume. Il povero uccellino era certamente morto di freddo. Pollicina ne provò tanta pena, perché voleva così bene a tutti gli uccellini, che per tutta l'estate avevano cantato e cinguettato così bene per lei. Ma la talpa lo spinse con le sue zampe corte e disse: «Adesso non pigola più! Che cosa misera dev'essere nascere uccellino! Grazie al cielo nessuno dei miei figli lo sarà mai. Un uccello così non ha altro che il suo cinguettio, e d'inverno muore di fame!»

«Sì, Lei che è un signore assennato può ben dirlo», disse la topolina di campagna. «Che cosa ci guadagna un uccello con tutto il suo cinguettio, quando arriva l'inverno? Deve patire la fame e il freddo. Eppure dicono che sia una cosa tanto bella!» Pollicina non disse niente, ma quando gli altri due voltarono le spalle all'uccello, si chinò, scostò le piume che gli coprivano la testa e lo baciò sugli occhi chiusi. «Forse era proprio lui che quest'estate cantava così bene per me», pensò. «Quanta gioia mi ha dato, caro, bell'uccellino!»

La talpa allora richiuse il buco da cui entrava la luce del giorno e accompagnò a casa le signore. Ma quella notte Pollicina non riuscì proprio a dormire. Si alzò dal letto e intrecciò con il fieno una grande, bella coperta. La portò giù e la stese tutta intorno all'uccello morto, e ai suoi fianchi mise del cotone morbido che aveva trovato nella stanza della topolina, perché stesse al caldo nella terra fredda.

«Addio, bell'uccellino!» disse. «Addio, e grazie per il tuo canto meraviglioso quest'estate, quando tutti gli alberi erano verdi e il sole ci scaldava tanto!» Poi appoggiò la testa sul petto dell'uccello, ma subito si spaventò tutta, perché era come se lì dentro qualcosa battesse. Era il cuore dell'uccello. L'uccello non era morto, era solo intirizzito, e adesso che si era scaldato tornava in vita. In autunno, infatti, tutte le rondini volano via verso i paesi caldi, ma se una si attarda, ha così freddo che cade a terra come morta, resta lì dove è caduta, e la neve fredda la ricopre.

Pollicina tremava tutta, tanto si era spaventata, perché l'uccello era grande, grandissimo in confronto a lei, che era lunga soltanto un pollice. Ma si fece coraggio, strinse meglio il cotone intorno alla povera rondine, andò a prendere una foglia di menta che lei stessa usava come coperta e la stese sulla testa dell'uccello. La notte dopo scese di nuovo di nascosto dalla rondine, e adesso era proprio viva, ma così debole che riuscì ad aprire gli occhi solo per un attimo e a guardare Pollicina. Lei stava lì con un pezzetto di legno marcio in mano, perché non aveva altra lanterna.

«Grazie, dolce bambina!» le disse la rondine malata. «Mi sono scaldata così bene! Presto riavrò le mie forze e potrò di nuovo volare là fuori, nel sole caldo!» «Oh», disse Pollicina, «fuori fa tanto freddo, nevica e gela! Resta nel tuo letto caldo, mi prenderò cura io di te!»

Poi portò alla rondine un po' d'acqua in un petalo, e la rondine bevve e le raccontò che si era ferita un'ala su un cespuglio di spine. Per questo non aveva potuto volare veloce come le altre rondini, quando erano partite, lontano lontano, verso i paesi caldi. Alla fine era caduta a terra, ma di più non ricordava, e non sapeva proprio come fosse arrivata lì. Per tutto l'inverno restò laggiù, e Pollicina era buona con lei e le voleva tanto bene. Né la talpa né la topolina ne seppero mai niente, perché a loro la povera rondine non piaceva affatto.

Appena arrivò la primavera e il sole scaldò la terra, la rondine salutò Pollicina, che aprì il buco fatto dalla talpa lassù in alto. Il sole entrò splendendo così bello fino a loro, e la rondine le chiese se non voleva andare con lei. Poteva sedersi sul suo dorso, e sarebbero volate lontano, nel bosco verde. Ma Pollicina sapeva che la vecchia topolina ne sarebbe stata molto triste, se lei l'avesse lasciata così.

«No, non posso!» disse Pollicina. «Addio, addio, bambina buona e graziosa!» disse la rondine, e volò via nel sole. Pollicina la seguì con lo sguardo, e le vennero le lacrime agli occhi, perché voleva tanto bene alla povera rondine. «Cip, cip!» cantò l'uccellino, e volò nel bosco verde.

Pollicina era molto triste. Non aveva il permesso di uscire al sole caldo, e il grano seminato nel campo sopra la casa della topolina era cresciuto altissimo. Per la povera bambina, lunga soltanto un pollice, era un bosco fitto fitto. «Quest'estate cucirai il tuo corredo!» le disse la topolina di campagna, perché adesso il vicino, quella noiosa talpa con la pelliccia di velluto nero, l'aveva chiesta in sposa. «Dovrai avere roba di lana e di lino! Dovrai avere su che cosa sederti e sdraiarti, quando sarai la moglie della talpa!»

Pollicina dovette filare con il fuso, e la topolina assunse quattro ragni che filavano e tessevano giorno e notte. Ogni sera la talpa veniva a far visita e diceva sempre che, quando l'estate fosse finita, il sole non avrebbe più scaldato tanto, mentre adesso bruciava la terra e la rendeva dura come la pietra. Sì, quando l'estate fosse finita, si sarebbe celebrato il matrimonio con Pollicina. Ma lei non era per niente contenta, perché quella noiosa talpa non le piaceva. Ogni mattina, quando sorgeva il sole, e ogni sera, quando tramontava, sgattaiolava fuori dalla porta. E quando il vento separava le spighe del grano e lei poteva vedere il cielo azzurro, pensava a quanto fosse luminoso e bello là fuori, e desiderava tanto rivedere la sua cara rondine. Ma la rondine non tornò più. Di sicuro volava lontano lontano, nel bel bosco verde.

Quando arrivò l'autunno, Pollicina aveva il corredo tutto pronto. «Fra quattro settimane ti sposerai!» le disse la topolina. Ma Pollicina piangeva e diceva che non voleva quella noiosa talpa.

«Sciocchezze!» disse la topolina di campagna. «Non fare la testarda, se no ti mordo con il mio dente bianco! È un marito magnifico quello che ti prendi! Una pelliccia di velluto nero come la sua non ce l'ha nemmeno la regina! Ha la cucina e la cantina piene. Ringrazia il cielo di averlo!»

Così arrivò il giorno delle nozze. La talpa era già venuta a prendere Pollicina. Lei avrebbe dovuto vivere con lui, giù in fondo sotto terra, e non uscire mai più al sole caldo, perché a lui il sole non piaceva. La povera bambina era tanto triste, perché adesso doveva dire addio al bel sole, che dalla topolina almeno aveva potuto guardare dalla porta.

«Addio, sole luminoso!» disse, e tese le braccia in alto verso il cielo. Fece anche qualche passetto fuori dalla casa della topolina, perché adesso il grano era stato mietuto, e lì c'erano soltanto le stoppie secche. «Addio, addio!» disse, e abbracciò un fiorellino rosso che cresceva lì. «Saluta tanto la piccola rondine da parte mia, se la vedi!»

«Cip, cip!» si sentì in quel momento sopra la sua testa. Alzò gli occhi, ed era la piccola rondine, che passava proprio di lì. Appena vide Pollicina, fu tanto contenta. Pollicina le raccontò quanto poco volesse sposare quella brutta talpa, e che avrebbe dovuto vivere giù in fondo sotto terra, dove il sole non splende mai. E mentre lo raccontava non riuscì a trattenere le lacrime.

«Adesso arriva il freddo inverno», disse la piccola rondine. «Io volo lontano, nei paesi caldi. Vuoi venire con me? Puoi sederti sul mio dorso! Legati bene con la tua cintura, e voleremo via dalla brutta talpa e dalla sua stanza buia, lontano, oltre le montagne, fino ai paesi caldi, dove il sole splende più bello che qui, dove è sempre estate e ci sono fiori meravigliosi. Vola con me, dolce piccola Pollicina, tu che mi hai salvato la vita quando giacevo gelata nella buia cantina sotto terra!»

«Sì, vengo con te!» disse Pollicina, e salì sul dorso dell'uccello, con i piedi sull'ala aperta. Legò la sua cintura a una delle penne più robuste, e la rondine si alzò in volo alta nel cielo, sopra boschi e laghi, alta sopra le grandi montagne dove c'è sempre la neve. Nell'aria fredda Pollicina gelava, ma allora si infilò sotto le piume calde dell'uccello e tirò fuori soltanto la testolina, per vedere tutte le meraviglie sotto di sé.

Così arrivarono nei paesi caldi. Lì il sole splendeva molto più luminoso che qui, il cielo era due volte più alto, e sui fossi e sulle siepi crescevano bellissimi grappoli d'uva verde e blu. Nei boschi pendevano limoni e arance, c'era profumo di mirto e di menta, e per le strade correvano bambini graziosissimi che giocavano con grandi farfalle variopinte. Ma la rondine volò ancora più lontano, e tutto diventava sempre più bello. Sotto magnifici alberi verdi, accanto a un lago azzurro, sorgeva un castello di marmo bianco e splendente, dei tempi antichi. Le viti si arrampicavano intorno alle alte colonne, e lassù in cima c'erano tanti nidi di rondine. In uno di questi abitava la rondine che portava Pollicina.

«Questa è la mia casa!» disse la rondine. «Ma se adesso ti scegli uno di quei fiori magnifici che crescono laggiù, io ti ci poso sopra, e starai bene quanto più puoi desiderare!» «Che bello!» disse Pollicina, e batté le manine.

Per terra giaceva una grande colonna di marmo bianco, che era caduta e si era spezzata in tre pezzi, e in mezzo ai pezzi crescevano grandi fiori bianchi, i più belli di tutti. La rondine volò giù con Pollicina e la posò su uno dei petali larghi. Ma che sorpresa! In mezzo al fiore sedeva un ometto, così bianco e trasparente che sembrava di vetro. In testa aveva una graziosissima corona d'oro e sulle spalle due bellissime ali trasparenti, e non era più grande di Pollicina. Era l'angelo del fiore. In ogni fiore abitava un ometto o una donnina così, ma lui era il re di tutti.

«Oh, com'è bello!» sussurrò Pollicina alla rondine. Il piccolo principe si spaventò molto della rondine, che in confronto a lui, così piccolo e delicato, era un uccello gigante. Ma quando vide Pollicina, diventò tanto felice, perché era la ragazza più bella che avesse mai visto. Allora si tolse dalla testa la corona d'oro e la posò sulla testa di lei. Le chiese come si chiamava e se voleva diventare sua moglie, così sarebbe diventata la regina di tutti i fiori. Sì, questo sì che era un marito ben diverso dal figlio della rospa e dalla talpa con la pelliccia di velluto nero!

Così Pollicina disse di sì al bel principe, e da ogni fiore uscì una dama o un cavaliere, così graziosi che era una gioia guardarli. Ognuno portò un regalo a Pollicina, ma il più bello di tutti fu un paio di belle ali di una grande mosca bianca. Gliele attaccarono sulla schiena, e così anche lei poté volare di fiore in fiore. Che festa fu! La piccola rondine se ne stava lassù nel suo nido e cantava per loro meglio che poteva, ma in cuor suo era triste, perché voleva tanto bene a Pollicina e non avrebbe mai voluto separarsi da lei.

«Non ti chiamerai più Pollicina!» le disse l'angelo del fiore. «È un nome brutto, e tu sei così bella. Ti chiameremo Maia!» «Addio, addio!» disse la piccola rondine, e volò di nuovo via dai paesi caldi, lontano lontano, fino in Danimarca. Lì aveva un nidino sopra la finestra dell'uomo che sa raccontare le fiabe. A lui cantò «Cip, cip!», ed è da lui che abbiamo saputo tutta questa storia.

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